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Diario


12 giugno 2006

Dal soviet all'economia di mercato: storia di un fallimento indotto

Avevo appena 8 anni quando la tv trasmetteva le immagini della bandiera sovietica che dopo 74 anni veniva per sempre ammainata dalla cupola del Cremlino. Poco comprendevo i toni entusiastici dei giornalisti dell'epoca: quanto caos per una bandiera ammainata! Eppure a distanza di tredici anni da quei giorni, le parole di speranza e libertà che Boris Eltzin gettava a piene mani sulla folla entusiasta dall'alto di un carro armato rappresentano un ricordo che si perde nel tempo della storia. Il popolo russo è stato lo spettatore/protagonista dei due più grandi e antitetici esperimenti economici della storia moderna. Il primo fu imposto con la rivoluzione bolscevica del 1917 che, non solo sovvertì il precedente sistema economico e politico, ma instaurò la “dittatura del proletariato” al fine di raggiungere una vasta ridistribuzione delle ricchezze anche al costo di perdere alcune libertà fondamentali. Il secondo esperimento fu invece indotto principale dal dissesto economico provocato sia dalle immense spese militari (pari ad 1/3 del Pil) e sia ad una generale insostenibilità della dottrina socialista su larga scala applicata in Urss. La transazione degli anni Novanta nasceva quindi con l'intento sia di portare un'ampia apertura democratica in un Paese-Grande Fratello che spiava con continuità i suoi 284 milioni di cittadini, sia di convertire alla logica dell'”economia di mercato” la disastrata economia pianificata. Nonostante i processi succitati siano ancora in svolgimento non è avventato effettuare qualche considerazione in merito. In ambito economico il FMI si accollò la conduzione della svolta liberista russa, ma una lunga serie di scelte sciagurate ha non solo impoverito una popolazione già povera ma in ampi settori industriali e amministrativi del Paese ha provocato il ritorno dei vecchi dirigenti socialisti provocando un non indifferente conflitto ideologico. La transazione prometteva grandi sfide e nuove prospettive di sviluppo. Un precedente in materia può essere rappresentato dal caso degli Stati Uniti. Dopo il 1945 la conversione di un'economia di guerra fortemente pianificata in un' economia “di pace” era vista da molti esperti dell'epoca come un deciso passo verso la recessione. Tuttavia la produzione industriale del 1947, secondo anno di pace, era già superiore del 9,6 per cento a quella del 1944, ultimo anno intero di guerra; contemporaneamente i fondi stanziati per la difesa erano scesi dal 37 per cento del Pil al 7,4 per cento del 1947. Il Fmi ignorando il parere contrario degli esperti russi e fortificandosi sulle analogie tra il caso russo e quello statunitense di mezzo secolo prima continuava ad imporre una politica di forti privatizzazioni e di celere liberalizzazione dei prezzi del mercato interno. La problematica della distribuzione delle risorse associata alla mancanza di istituzioni in grado di controllare il mercato interno, aveva affossato ulteriormente l'economia riflettendo tutte le sue incertezze direttamente sull'anello debole del sistema: il popolo. Nel periodo immediatamente successivo al 1993, anno di effettiva liberalizzazione del mercato, i prezzi erano schizzati alle stelle parallelamente al crollo dei salari: i vecchi dirigenti che sotto il regime guidavano le varie fabbriche, con il nuovo “regime liberale” avevano acquisito a cifre simboliche importanti aziende statali. Proprio in questo contesto di confusione organizzata che la malavita e gli speculatori si erano impossessati delle immense ricchezze del paese dando origine ad un fortissimo oligopolio politico ed economico. Tuttavia il tracollo economico e la deriva verso un nuovo regime non era del tutto inaspettato. Nella conferenza bilaterale tra Usa e Urss di Reykjavik dell'86 nell'ambito del trattato di riduzione degli armamenti nucleari, Gorbaciov chiaramente aveva messo in guardia la comunità internazionale che il passaggio da una produzione pianificata e specializzata ad una di libero mercato richiedeva tempo e denaro: Reagan con il suo “no” alle richieste rsovietiche condannava i paesi ex-sovietici ad una lunghissima recessione economica tuttora in corso. Nel 1998 il Paese, già gravato da un ingente indebitamento e con un Pil totalmente sostenuto dalla vendita del greggio pagava il forte calo del prezzo di quest'ultimo con una crisi che rischiava di affossarlo definitivamente. Il Fmi anziché sostenere il Paese mediante il deprezzamento del rublo, aveva tutelato gli investitori stranieri (principalmente speculatori e banche occidentali) mantenendo sopravvalutata una moneta che era carta straccia e provocando il conseguente aumento dei tassi d'interesse sul debito pubblico fino al 150 per cento. Ma non era finita quì. In piena negazione dei principi morali enunciati nel suo statuto e in totale contrapposizione al parere di importanti economisti, il Fmi aveva cercato di sostenere la crescita mediante uno scellerato piano di risanamento consistente nella concessione di un prestito pari a 11,2 miliardi di dollari. Risultato: anzichè giungere nelle casse della banca centrale russa l'enorme mole di dollari nel giro di pochi giorni venne disperso sui conti bancari dei principali dirigenti russi, delle banche d'affari di Wall Street e di diverse Banche centrali mondiali (guarda caso proprio di quei paesi che tanto avevano insistito per la concessione del prestito). La Russia del 2006 non è molto cambiata da quella della crisi del 1998. Purtroppo il processo di rammodernamento imposto dalla comunità internazionale è miseramente fallito. Le cause del suo fallimento sono comuni a quelle di tanti altri paesi che come l'Argentina, hanno negli anni affidato il risanamento della propria economia nelle mani del Fmi. L' abdicazione del popolo russo al processo democratico e il conseguente concentramento del potere economico, politico e mediatico nelle mani dell'ex capo del Kgb, ora presidente, Vladimir Putin di certo non aiuta il paese ad uscire da questa pericolosa impasse. La comunità internazionale, tuttavia, non può permettersi di abbandonare il gigante eurasiatico al suo destino: unicamente partecipando all'opera di democratizzazione dei paesi ex-sovietici, il mondo occidentale potrà cancellare le tracce della pesante eredità comunista.




permalink | inviato da il 12/6/2006 alle 10:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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